Ci sono sogni che ti accompagnano per tutta la vita. A volte rimangono chiusi in un cassetto, altre volte trovano la strada per diventare realtà. Quello di Sebastiano Maulucci era diventare giornalista. Eppure il destino sembrava avergli riservato tutt’altra strada. Rimasto orfano di padre da bambino, cresciuto lontano dalla madre e diplomatosi ragioniere, aveva trovato un impiego sicuro all’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Ma la passione per il giornalismo non lo aveva mai abbandonato. Soltanto dopo la Seconda guerra mondiale sarebbe riuscito a realizzare quel sogno, diventando uno dei primi cronisti di Latina. Vi racconto la sua storia.
Dopo aver raccontato la storia di Walter Grandi, mi sembrava doveroso dedicare un racconto anche a Sebastiano Maulucci. Entrambi diventarono giornalisti a Latina nel dopoguerra. Chi sia stato il primo in assoluto non lo so, ma a me piace pensare che abbiano iniziato lo stesso giorno a raccontare le cronache della città. Storie diverse, le loro, ma accomunate dallo stesso sogno. E queste due figure mi affascinano particolarmente, perché anch’io ho coltivato fin da ragazzo il sogno di diventare giornalista.

Premetto che conosco bene i figli di Sebastiano, ma per diversi motivi non ero mai riuscito a organizzare un incontro. Poi, l’altro giorno, ho incrociato in centro Giorgio Maulucci, mitico ex preside del liceo classico di Latina, e al volo abbiamo fissato un appuntamento. Finalmente sono riuscito a entrare, “in punta di penna”, nella vita di uno dei primi giornalisti della mia città.

La storia di Sebastiano Maulucci
Sebastiano Maulucci nasce il 2 agosto 1914 ad Accadia, un piccolo paese dell’entroterra pugliese, in provincia di Foggia. È il primo di due figli. Un anno dopo viene al mondo la sorella Giuseppina. Il padre Gennaro è un militare, mentre la madre Carmela si occupa della casa. Sono anni difficili. In Europa è appena scoppiata la Prima guerra mondiale e, anche se l’Italia è ancora neutrale, il clima è carico di tensione e incertezza.

Di lì a poco anche Gennaro sarà chiamato a partire per il fronte, perché nel maggio del 1915 l’Italia entra in guerra, lasciando a casa la moglie Carmela e una famiglia appena formata. Chissà se avrà avuto almeno il tempo di stringere tra le braccia la piccola Giuseppina, magari durante una licenza. Purtroppo Gennaro quella guerra non la vedrà finire. Morirà sul campo di battaglia, lontano dalla sua terra e dagli affetti più cari.
Dopo la morte di Gennaro, la vita della famiglia cambia radicalmente, soprattutto per i due bambini. La mamma, infatti, dopo qualche tempo si risposa e affida i figlioletti a Cristina, sorella del marito defunto, che vive a Monteleone di Puglia, un piccolo paese della provincia di Foggia. La donna è proprietaria di una masseria e gode di una certa agiatezza economica, che le permette non soltanto di crescere i nipoti, ma anche di garantire loro un’istruzione.

Gli studi e i primi lavori
Sebastiano, nonostante tutto, è un bambino sereno e molto educato. Dopo aver frequentato le scuole elementari e medie a Monteleone, la zia Cristina decide di mandarlo in un collegio religioso dei Padri Scolopi, dove consegue il diploma di ragioniere. Già in quegli anni, però, scopre la passione per la scrittura e per il giornalismo. Terminati gli studi, assolve gli obblighi di leva.
È ancora giovanissimo quando, verso la metà degli anni Trenta, trova impiego presso il Governatorato italiano a Derna, in Libia. Ed è proprio da quella terra lontana che comincia a scrivere i suoi primi articoli per alcuni giornali locali. Dopo l’esperienza libica torna in Italia, dove viene assunto all’INFPS (attuale INPS). La sua prima destinazione è Livorno. Anche qui Sebastiano continua a coltivare la passione per il giornalismo, scrivendo articoli per la stampa locale livornese.
L’amore e l’arrivo a Littoria
Ma gli spostamenti non finiscono: da Livorno viene trasferito negli uffici della previdenza sociale di Civitanova Marche, in provincia di Macerata. Quando pensa di aver raggiunto un po’ di tranquillità, arriva una nuova chiamata alle armi. Deve partire per la guerra d’Etiopia, che si conclude nel 1936. Tornato alla vita civile, riprende il suo lavoro. Verso la fine degli anni Trenta, proprio a Civitanova Marche, durante una festa tra amici, conosce una giovane ragazza di origini calabresi, di Soverato, in provincia di Catanzaro.

Si chiama Paola Misitano e, proprio come lui, è cresciuta con una zia. Tra i due è amore a prima vista. Nasce una relazione che, qualche anno dopo, li porterà al matrimonio. L’ennesimo trasferimento, invece, porta Sebastiano negli uffici dell’INFPS di Littoria. Ma proprio in quegli anni scoppia la Seconda guerra mondiale.

Lo sfollamento e la nascita di Giorgio
Dopo lo sbarco alleato ad Anzio, il 22 gennaio 1944, Littoria viene colpita da ripetuti cannoneggiamenti. La popolazione vive nella paura e molte famiglie decidono di abbandonare la città, cercando rifugio verso Roma o nei paesi dei Monti Lepini. Anche Paola, ormai prossima al parto, decide di partire. Insieme ad altre persone viene aiutata a salire sul furgone messo a disposizione dal signor Pantano. Sebastiano, invece, è rimasto a Littoria.

Giunti nei pressi di Amaseno, Paola inizia ad avere le doglie e il furgone è costretto a fermarsi. Nessuno degli occupanti è in grado di aiutarla. Fortunatamente incontrano un soldato, forse americano, di nome Walter, che l’aiuta a partorire. È il 13 febbraio 1944. Giorgio viene al mondo in piena guerra e sui suoi documenti rimarrà per sempre scritto: nato ad Amaseno. Ma non in una casa o in un ospedale. In mezzo alla strada.

Il dopoguerra e il giornalismo
Terminata finalmente la guerra, Sebastiano torna a scrivere. Ma non gli basta: vuole coronare il suo sogno. Dopo aver frequentato un corso di giornalismo, ottiene il tesserino e inizia una lunga collaborazione con Il Messaggero, dove dirige la pagina locale e firma una rubrica con lo pseudonimo di Maus, molto seguita dai lettori. Nel 1949 Paola dà alla luce Mauro, il loro secondo figlio.

Come giornalista, Sebastiano è molto apprezzato per la sua competenza e indipendenza. Non si lascia condizionare dalle pressioni della politica. Racconta la città e i suoi protagonisti con lucidità, spirito critico e senza peli sulla lingua. A un assessore arriverà a dire: “Tu non riconosci una mozzarella da una ricotta”. Con il passare degli anni diventa un punto di riferimento per molti giovani cronisti, che ancora oggi ne ricordano la professionalità.

Oltre alla collaborazione con Il Messaggero, scriverà per il Corriere della Sera e sarà corrispondente dell’ANSA e della RAI. Sebastiano, il decano dei giornalisti pontini, fa appena in tempo a vedere l’alba del nuovo millennio. Muore il 31 gennaio 2000.

L’incontro con Giorgio e Mauro Maulucci
Giorgio mi accoglie nella sua bella casa insieme all’inseparabile moglie Vesla. Alle pareti tante fotografie ricordo, davanti alle quali, se mi fermassi a contemplarle, finirei sicuramente per perdermi. Ci raggiunge anche Mauro, per anni giornalista del TGR Rai della sede regionale del Lazio.
Giorgio, che ricordo hai di tuo padre?
“Di un uomo burbero, ma anche benevolo. Era forse eccessivamente severo, però mi ha inquadrato e per questo lo ringrazio”
E tu Mauro?
“Mio padre ha sempre guardato alla famiglia. Ci ha lasciato dei bei principi di rettitudine”
Poi sei diventato giornalista anche tu. Era orgoglioso di questo?
“Credo di sì. È stato lui a trasmettermi l’amore per il giornalismo”
Giorgio, un insegnamento che ti ha lasciato?
“Il rigore e l’attenzione critica, non disgiunta dall’umanità”
Mauro, un ricordo particolare?
“All’inizio controllava tutti i miei articoli. Era il mio correttore di bozze”

Mentre ricostruivo la vita di Sebastiano Maulucci, mi sono accorto che qualcosa ci accomunava. Prima di tutto il sogno di diventare giornalista, ma soprattutto quella voglia di scrivere che non ti abbandona mai. Lui raccontava i fatti che accadevano in città, io racconto le vite delle persone che quei fatti hanno contribuito a determinarli.
Entrambi provenivamo da un mondo fatto di numeri, di calcoli, di razionalità. Ma dentro di noi immaginavamo un mondo diverso, fatto di emozioni, di sensibilità, di parole che aspettavano soltanto di essere scritte. Forse cercavamo proprio questo: un modo per esprimerci che non fosse dettato soltanto dalla ragione, ma anche dall’anima.

