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Giulio Furlan, il mobiliere che arrivò a Littoria in bicicletta

Sei giorni in bicicletta, da Monselice fino all’Agro Pontino. Centinaia di chilometri con una piccola valigia di cartone e gli attrezzi del mestiere. Giulio Furlan aveva ventitré anni quando lasciò il Veneto per cercare fortuna in una terra che stava cambiando volto. Era carpentiere e falegname. A differenza dei coloni veneti che arrivavano in treno, non aveva un podere assegnato né una casa ad aspettarlo. Soltanto le sue mani, la voglia di lavorare e la speranza di costruirsi un futuro. E Littoria non era stata ancora inaugurata.

Delle storiche famiglie di Latina ho conosciuto qualche componente. Con la famiglia Furlan, invece, non avevo mai avuto contatti. Fino a qualche giorno fa, quando in piazza San Marco mi sono fermato a un raduno di auto storiche. C’era la splendida Lancia Fulvia HF del mio amico Giorgio Onori. Poi ho notato un’altra Lancia: una Flavia rossa, altrettanto bella. Automobili che ti riportano agli anni Sessanta e Settanta, quando ero ancora un ragazzino.

Mentre osservavo l’interno della Flavia, si è avvicinato il proprietario: “Sono Rodolfo Furlan”. Mi conosceva di vista e attraverso i miei racconti. A quel cognome mi si sono drizzate le antenne: “Quello dei mobili?”. “Sì, proprio quello”. È partito tutto così, da due chiacchiere in piazza, dove si fanno incontri interessanti se ami conoscere le storie. “Mi piacerebbe raccontare la storia di tuo padre”. Ed eccoci pronti per un viaggio agli inizi del Novecento.

La storia di Giulio Furlan

Giulio Furlan nasce il 10 dicembre 1908 a Monselice, in provincia di Padova. È il secondo di tre figli, tra Esterino e Albino. Il padre, Antonio, coltiva un piccolo appezzamento di terra. La madre, Benedetta Demetri, si occupa della casa e lo aiuta nei campi. La vita è dura e la povertà morde.Giulio, pur frequentando le elementari, aiuta i genitori. In quarta, però, è costretto ad abbandonare gli studi per dedicarsi completamente alla terra.

Ma lui vuole imparare un mestiere, perché non vede un futuro nel lavoro del padre. Così, a undici anni, entra come apprendista in una falegnameria, dove impara a fare il falegname e il carpentiere. A quattordici anni viene mandato a Torino, dove la ditta per cui lavora è impegnata nella costruzione di una ferrovia. Fa talmente freddo che le mani gli rimangono incollate al ferro dei binari.

Giulio cresce a Torino, vivendo nel capannone degli operai. Nel tempo libero frequenta i luoghi dove si girano diversi film. Essendo un bel ragazzo, spesso viene chiamato a fare la comparsa. Dopo nove anni, terminati i lavori, torna al paese senza un impiego. Nei bar di Monselice non si parla d’altro che della bonifica dell’Agro Pontino. Molti veneti si preparano a partire, perché l’Opera Nazionale Combattenti ha assegnato loro dei poderi. Giulio e la sua famiglia, però, non rientrano tra gli assegnatari.

Giulio Furlan vestito da cawboy per una comparsa

La bicicletta e l’Agro Pontino

Al bar gli parlano anche di una nuova città che sorgerà in una delle zone paludose appena prosciugate. Giulio capisce che lì avranno bisogno di manodopera. Prepara una valigetta di cartone con alcuni indumenti e qualche attrezzo del mestiere. Una mattina di ottobre del 1932 parte in bicicletta. Il viaggio è durissimo, anche per un ragazzo forte e abituato alla fatica come lui.

Sugli Appennini incontra anche la neve ed è costretto a fermarsi. Trova ospitalità in una casa colonica, dove vive la bella figlia del fattore, che dimostra subito interesse per quel ragazzo appena arrivato. Quando tutti dormono, i due si appartano, ma vengono scoperti da un fratello di lei, che corre ad avvertire il padre. Giulio salta sulla bicicletta e fugge a grandi pedalate, mentre il fattore è già con il fucile in mano.

Giulio Furlan e la sua inseparabile bicicletta

Dopo sei giorni di viaggio, finalmente arriva nell’Agro Pontino. Littoria è in piena costruzione e Giulio non fatica a trovare lavoro. Viene subito assunto da una ditta che sta realizzando la torre civica. Con lui lavora un giovane che si dà da fare con la cucchiara e la calce. Si chiama Santino Palumbo. Giulio, vedendolo lavorare, capisce che quel ragazzo farà molta strada. Per dormire trova ospitalità presso la famiglia Milan, a Capograssa (oggi Borgo San Michele).

Caterina e la fila per ballare

A Littoria si continua a lavorare. Non mancano però le feste, soprattutto nei borghi, dove vive la maggior parte della popolazione. Proprio durante una festa a Borgo Faiti, Giulio conosce una ragazza di origine friulana, Caterina Grando. Gli uomini sono tanti e le ragazze poche. Per ballare con loro bisogna mettersi in fila, ma Giulio non ama aspettare. Si avvicina a Caterina e la invita a ballare. Lei tira fuori un taccuino e gli risponde che dovrà aspettare due settimane. “O adesso o mai più”, ribatte lui. Caterina, conquistata da quella sfrontatezza, accetta l’invito.

Littoria piazza XXIII Marzo (oggi piazza della Libertà) Caterina con Giulio e suo fratello Giovanni

Nel 1936, Giulio e Caterina convolano a nozze. Nasce la loro prima figlia, Rosella, e successivamente arriva Paola. Nel 1939 Giulio si trasferisce con la famiglia a Roma per lavoro, prima come carpentiere e poi in uno spolettificio, una fabbrica che produce componenti per ordigni esplosivi. Nel 1942 decide di tornare a Littoria e apre, nella zona delle case popolari, un piccolo laboratorio dove costruisce armadi e casse da morto.

La guerra

Oltre al suo lavoro, Giulio entra a far parte dei vigili del fuoco per evitare di partire per il fronte, ma alla fine sarà quasi come andarci, perché diverse squadre di pompieri vengono mandate a Napoli durante i bombardamenti. Lì, insieme ai colleghi, salva decine di persone rimaste sotto le macerie. Terminata la guerra, Giulio trasferisce il suo negozietto in piazza del Popolo, nello stabile del Circolo Cittadino, dove continua a costruire le stesse cose.

Littoria 1942: Giulio Furlan in divisa da vigile del fuoco

Nel frattempo nasce il terzo figlio di Giulio e Caterina, Rodolfo, uno degli ultimi bambini a venire al mondo quando la città si chiamava ancora Littoria. Poco dopo, la città di fondazione diventa Latina e in Comune non c’è più il podestà, ma il sindaco. Il primo è Fernando Bassoli, che ha il compito gravoso di occuparsi della ricostruzione della città, ma anche di far rispettare le regole del commercio.

La famiglia Grando: Giulio e Caterina a dx mentre si guardano intensamente

Giulio Furlan viene convocato in Comune proprio dal sindaco, che conosce personalmente, e si sente dire che deve scegliere: vendere armadi o casse da morto. Senza esitazioni, sceglie gli armadi. Dopo l’esperienza in piazza del Popolo, si trasferisce in un locale più grande in corso della Repubblica. In quel periodo avvia anche una piccola industria di cucine, ma gli affari non vanno come sperava. Decide così di chiudere l’attività e dedicarsi alla vendita di mobili come rappresentante. Per quindici anni gli affari vanno a gonfie vele.

Giulio Furlan nel negozio di corso della Repubblica

Il ritorno al commercio

Intanto Rodolfo cresce e Giulio lo porta con sé alle fiere. Ma nel 1969 decide di mandarlo da solo a Milano, perché sta pensando di tornare a vendere mobili in proprio. Rodolfo gli consiglia di aspettare e di non agire d’impulso, ma quando torna dalla fiera è troppo tardi: Giulio ha già preso in affitto, dietro il tribunale, il locale che ospiterà il suo nuovo negozio di mobili. Rodolfo lo rimprovera e il padre gli consegna le chiavi del negozio, decidendo di farsi da parte.

Rodolfo continua il lavoro del padre, ma si trasferisce prima in via Don Torello e successivamente in via del Piccarello, dove realizza una grande struttura. Giulio verrà a mancare il 24 ottobre 1982, mentre Rodolfo prosegue con la vendita dei mobili, affiancato dall’inseparabile moglie Rita Dinicolantonio, sua musa ispiratrice e contabile dell’azienda, fino al 2017, quando decide di chiudere lo storico mobilificio.

Giulio Furlan con accanto la nuora Rita, la moglie Caterina e il figlio Rodolfo

L’incontro con Rodolfo Furlan

Io e Rodolfo ci incontriamo al Circolo Cittadino Sante Palumbo, nella sala confinante con quello che un tempo era il laboratorio del padre. Ci addentriamo subito nella sua vita. Il racconto è così intenso che sembra quasi di vedere Giulio proprio qui, quando la torre civica era ancora in costruzione.

Rodolfo, tuo padre proprio qui accanto vendeva armadi e casse da morto. Poi fu costretto a scegliere. Secondo te, fece la scelta giusta?

“No, e io gliel’ho sempre detto. Le casse da morto sono un articolo che non conosce crisi”

Come lo ricordi?

“Ricordo mio padre come una persona tenace, che non si abbatteva mai. Sapeva sempre rialzarsi dopo i momenti difficili. E poi era sempre allegro. Forse per questo scelse di vendere armadi anziché casse da morto. Non sarebbe stato portato per quel tipo di commercio”

Rodolfo, c’è un momento con tuo padre che non hai mai dimenticato?

“Più che un momento vissuto insieme, mi pesa quello che non abbiamo vissuto. In 45 anni non ho mai pensato di prenderlo sottobraccio e parlare, noi due soli, della sua vita. Sapevo che era orgoglioso di me, ma non me lo disse mai apertamente. Quanto avrei voluto sentirmi dire: “Bravo, Rodolfo”. Ho rimandato tante cose a domani. Un domani che non è mai arrivato”

Lo splendido mobilificio Furlan arredamenti chiuso nel 2017

Chissà se quel ragazzo partito in bicicletta da Monselice nell’ottobre del 1932 avrebbe mai immaginato di costruirsi una vita nella nascente Littoria. Non aveva un podere ad aspettarlo, ma soltanto un mestiere e la voglia di lavorare. Quella bicicletta lo aveva portato lontano da casa, ma soprattutto verso il suo futuro.

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