Una sedia capovolta, un fascio di stramma e due mani che intrecciano con pazienza. Comincia così la storia di Domenico Rocco. Quell’arte antica l’aveva imparata da bambino a Ventosa, piccola frazione di Santi Cosma e Damiano. Sembrava che il suo destino fosse già scritto. Ma la vita aveva in serbo altri progetti. La guerra, una tragedia familiare e il desiderio di costruirsi un futuro lo portarono prima a Latina e poi lontano dall’Agro Pontino. Quelle mani, che da ragazzo intrecciavano la stramma per impagliare una sedia, avrebbero dato vita a un’azienda destinata ad attraversare tre generazioni.
Qualche giorno fa, tornando verso il centro dopo aver fatto la revisione dell’auto, il mio sguardo si è posato sull’insegna “Rocco D”. È bastato un attimo. Ho fatto inversione e sono entrato, Dietro il bancone c’era Pasquale, che conosco da sempre. Gli ho chiesto se avesse voglia di raccontarmi la storia di suo padre. Non ha avuto un attimo di esitazione: “Con molto piacere” mi ha risposto. Abbiamo preso un appuntamento e il giorno dopo ci siamo incontrati. È iniziato così un viaggio nella memoria, alla scoperta di un uomo che, partendo da un antico mestiere, ha saputo costruire una delle aziende storiche di Latina.

La storia di Domenico Rocco
Domenico Rocco nasce il 18 febbraio 1936 a Santi Cosma e Damiano, in provincia di Littoria (oggi Latina). È figlio unico di Stefano, contadino, e di Rosinella Petruccelli, che aiuta il marito nei lavori dei campi e nell’impagliare le sedie con la stramma, un’erba selvatica usata nell’artigianato locale. Stefano e Rosinella la utilizzano anche per rivestire le damigiane e realizzare ceste destinate alla raccolta dei funghi. La famiglia vive a Ventosa, una piccola frazione dove quasi tutti si conoscono e la vita scorre seguendo il ritmo delle stagioni.
Domenico è un bambino molto determinato. Interrompe gli studi dopo la terza elementare per aiutare i genitori nel lavoro. Trascorre le giornate tra i campi e il laboratorio di famiglia, dove impara presto il mestiere dell’impagliatore di sedie. Ma proprio quando comincia a prendere confidenza con quell’antica arte, la guerra arriva anche a Ventosa, cambiando per sempre la vita della sua famiglia.
Purtroppo sono costretti a sfollare, prima a Mondragone, in provincia di Caserta, e poi in Calabria. Terminata la guerra fanno ritorno a Ventosa. Fortunatamente la loro casa ha riportato solo lievi danni, mentre il paese è quasi completamente raso al suolo dai bombardamenti. Stefano si rimbocca le maniche e si dedica alla raccolta di rottami di ferro insieme al figlio Domenico, che lo segue come un’ombra.

La tragedia
Nel 1952 la guerra è ormai solo un triste ricordo. Mentre stanno raccogliendo materiale ferroso in un terreno ancora inesplorato, Stefano nota un grosso pezzo di metallo seminterrato. Comincia a scavare per estrarlo, ma all’improvviso un’esplosione lo uccide sul colpo. Si tratta di un ordigno bellico rimasto inesploso e nascosto nel terreno. Domenico si salva perché in quel momento si trova qualche metro più indietro.

La tragica morte del padre lo segnerà per tutta la vita. Sconvolto da quella tragedia, Domenico decide di tornare al vecchio mestiere: impagliare le sedie. Lo pratica non solo nel suo comune, ma anche fuori regione, raggiungendo paesi dell’Umbria e delle Marche, insieme ad alcuni parenti e compaesani. I viaggi durano diversi giorni e le condizioni sono spesso difficili. Il più delle volte dormono nelle stalle e, per mangiare, si adattano a ciò che la gente del posto può offrire. Ci sono giorni in cui trovano un pasto caldo e altri in cui restano digiuni.

L’arrivo a Latina
L’anno successivo alla morte del padre conosce Maria Petruccelli, una ragazza della sua stessa frazione. Dopo un breve periodo di fidanzamento, nel 1954, si sposano. Per cercare condizioni di lavoro migliori, Domenico inizia a pensare di trasferirsi altrove. Qualcuno gli parla di Latina, dove molti suoi compaesani si sono stabiliti subito dopo la guerra. Nel frattempo nasce Stefano, il loro primo figlio. Pochi mesi dopo, completata la costruzione di una piccola casa in via dei Volsci, la giovane famiglia si trasferisce nella città pontina.

A Latina continua a fare l’impagliatore, ma poco dopo viene assunto in un’azienda di Latina Scalo che produce pali di cemento. Quel posto gli garantisce uno stipendio fisso, una sicurezza importante, soprattutto ora che la famiglia si è allargata con la nascita di altri due figli, Pasquale e Rosa. Terminata quell’esperienza trova lavoro alle Fonderie Genovesi, a Borgo Piave. Il suo compito è seguire uno dei tanti forni dell’azienda. Ma quell’impiego dura poco: non rispecchia le sue aspirazioni. Domenico ama stare a contatto con la gente.

Lasciate le Fonderie Genovesi, decide di partire per la Germania, dove lavora come manovale nei cantieri edili, perfezionando il mestiere. Lo stipendio è buono e dopo nove mesi torna a Latina. Inizia così a vendere porta a porta varichina e prodotti per la pulizia. Con i risparmi messi da parte in Germania acquista una Fiat 500 Giardinetta, che gli permette di raggiungere i mercati rionali fuori Latina e di ampliare la gamma dei prodotti in vendita. Le cose cominciano ad andare meglio. Ma il suo sogno resta uno soltanto: aprire un negozio.
Quel sogno si realizza nel 1968, quando apre una piccola bottega in via dei Volsci. Dopo qualche mese, però, si rende conto di non riuscire a gestire contemporaneamente il negozio e i mercati. Poiché questi ultimi garantiscono guadagni maggiori, decide di accantonare, almeno per il momento, il progetto del negozio. Ma nel 1972 quell’idea torna a farsi strada con forza. I tempi sono ormai maturi.

Nasce la Rocco Domenico e figli
Domenico acquista un terreno in via Isonzo e avvia la costruzione di quella che diventerà l’azienda Rocco Domenico e Figli. All’inizio è una piccola attività, seguita anche da sua moglie Maria, destinata però a crescere e ad ampliarsi negli anni. Sopra il negozio realizza un ampio appartamento per la sua famiglia.
Nell’attività arrivano nuove forze: i figli Pasquale e Rosa, mentre Stefano prosegue gli studi universitari per diventare ingegnere. Purtroppo Domenico si ammala e, dopo una lunga malattia, muore il 9 maggio 2004, all’età di sessantotto anni. Oggi l’azienda è guidata dal figlio Pasquale insieme ai suoi figli Daniele e Riccardo, che rappresentano la terza generazione della famiglia Rocco.

L’incontro con Pasquale
Con Pasquale Rocco ci conosciamo da una vita. Quando la mia famiglia era ancora nel commercio, ci davamo spesso una mano. Eravamo clienti l’uno dell’altro e da allora è rimasto un rapporto di stima e di amicizia. Lo incontro negli uffici della sua azienda. Mi accoglie con la sua innata cordialità. È la stessa atmosfera che si respira nel rapporto tra i suoi collaboratori e i clienti, segno di uno stile che Pasquale ha ereditato dal padre.
Qual è il patrimonio più prezioso che tuo padre ti ha trasmesso?
“Mi ha lasciato l’esperienza, l’educazione e la cultura del lavoro”
Che rapporto avevate in azienda?
“Sul lavoro era impossibile non discutere con lui”
Col tempo hai capito che quelle discussioni avevano un valore?
“Avevano un grande valore. Io avevo un approccio commerciale più spregiudicato, mentre lui cercava sempre di temperare quel mio modo di essere”
Mi racconti un episodio che descrive bene il vostro modo diverso di vedere il lavoro?
“Quando inserii gli articoli per i neonati e per i bambini feci ordini importanti. Lui si preoccupava e pensava che stessi esagerando. Così, qualche volta, facevo portare la merce a casa mia per non fargliela vedere”
Ti manca ancora sul lavoro?
“Sì. Sul lavoro aveva un occhio per tutto, ma la mancanza più grande è quella affettiva”
Che padre era al di fuori dell’azienda?
“Era una persona spiritosa, sempre allegra, nonostante tutto quello che aveva vissuto da giovane. Essendo figlio unico, la famiglia veniva prima di tutto. Ci teneva che andassimo sempre tutti d’accordo. Poi, appena entrava in azienda, cambiava: diventava serio e rigoroso”
Oltre il lavoro che passioni aveva?
“Amava andare a pesca e, nel tempo libero, ritrovarsi al bar con gli amici per una partita a carte. Con loro si divertiva a fare la passatella, il tradizionale gioco conviviale in cui si eleggevano il “padrone” e il “sotto” della birra”
C’è qualcosa che oggi vorresti ancora dirgli?
“Gli direi grazie”

Mentre mi allontano penso che ogni attività storica sia molto più di un luogo dove si lavora. È una cassaforte della memoria. Custodisce volti, gesti, parole, speranze e delusioni. Custodisce vite. E forse è proprio questo il senso di questi racconti: aprire, ogni domenica, una di quelle casseforti e restituire alla città un frammento della sua memoria.
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