Ci sono sacerdoti che amministrano una parrocchia e altri che finiscono per diventare parte della storia di una città. Don Renato Di Veroli appartiene a questa seconda categoria. Arrivò a Latina nel 1955, quasi a raccogliere idealmente il testimone di un altro grande parroco, don Carlo Torello. Non nella stessa chiesa, ma nella stessa missione: accompagnare la crescita della giovane città. Se don Torello lo aveva fatto dalla Cattedrale nei primi anni e durante la guerra, don Renato lo avrebbe fatto, per quarantacinque anni, dalla parrocchia di Santa Maria Goretti.
Il primo sacramento della mia vita porta la firma di don Renato Di Veroli. Fu lui a battezzarmi, nel 1959 nella chiesa di Santa Maria Goretti. Forse è anche per questo che oggi sento il dovere di raccontarne la storia. I miei ricordi diretti sono pochi, perché a otto anni la mia famiglia si trasferì in un’altra zona della città. Eppure di don Renato ho continuato a sentire parlare per tutta la vita.
La storia di don Renato
Renato Di Veroli nasce a Sezze il 30 ottobre 1916. È il penultimo di dieci figli, anche se due fratellini muoiono prematuramente. Il padre, Giuseppe, amministra i terreni di alcuni latifondisti; la madre, Maria Damiani, si dedica alla casa e alla numerosa famiglia, profondamente cattolica.

Renato ha due sorelle suore: suor Maria Priscilla, e suor Maria Pia, ma la vocazione religiosa è presente anche nella famiglia materna. Uno zio sacerdote, monsignor Tommaso Damiani, diventa il suo primo punto di riferimento spirituale. Così, nel 1929, dopo aver terminato le scuole elementari, Renato entra nel Seminario vescovile di Sezze, iniziando il cammino verso il sacerdozio.

Il sacerdozio
Prosegue gli studi prima nel Seminario di Veroli e poi nel Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Durante gli anni della formazione emergono le sue doti pastorali: dedica molto tempo ai ragazzi, che segue con affetto e che chiama simpaticamente “ciociaretti“. Dopo gli anni di seminario, il 29 giugno 1941 Renato viene ordinato sacerdote. Da quel giorno diventa don Renato e affianca lo zio Tommaso nell’attività pastorale della parrocchia, aiutandolo negli ultimi anni del suo ministero.

Intanto la guerra raggiunge anche l’Agro Pontino e i Monti Lepini. In quei mesi drammatici don Renato conforta le madri dei soldati al fronte, nasconde alcune persone ricercate dai tedeschi e condivide il poco cibo con chi ne ha bisogno. Alla fine del 1943 molti abitanti di Littoria e delle campagne pontine trovano rifugio proprio a Sezze e negli altri paesi collinari.

Dopo lo sbarco di Anzio, anche Sezze viene investita dai bombardamenti alleati. Nonostante il pericolo, don Renato continua a celebrare la Messa. Il 21 maggio, appena terminata l’omelia davanti a una chiesa gremita di fedeli, alcune bombe colpiscono il paese. Una di esse centra in pieno la chiesa, distruggendola quasi completamente. Se fosse caduta pochi minuti prima sarebbe stata una strage. Quel giorno Sezze conta settantuno vittime.

Borgo Faiti
Finita la guerra, don Renato è deciso a partire missionario. Ma il destino ha altri progetti per lui. Una mattina di settembre tre abitanti di Borgo Faiti si presentano dal vescovo Pio Leonardo Navarra per chiedere un sacerdote. Don Renato, che assiste alla scena, si offre volontario. L’Africa può aspettare: la sua missione sarà nell’Agro Pontino. C’è solo un problema: a Borgo Faiti non esiste più una chiesa. L’unica cappella è stata fatta saltare dai tedeschi durante la guerra.

Domenica 7 ottobre 1945, festa della Madonna del Rosario di Pompei, don Renato Di Veroli arriva a Borgo Faiti, accolto con entusiasmo dagli abitanti. Non essendoci più una chiesa, per diversi anni celebra la Messa in un edificio dell’Opera Nazionale Combattenti, l’ex Casa del Fascio. Giovane, estroverso e pieno di entusiasmo, non si limita all’attività religiosa: dà vita all’Azione Cattolica, all’Unione Sportiva, al Circolo ACLI, all’Unione Combattenti e alla Filodrammatica, trasformando il borgo in una comunità viva e partecipe.
Nel 1950 diventa il primo parroco della Beata Vergine del Rosario. Lavora alla costruzione della nuova chiesa e riesce persino a portare nel borgo una comunità di suore, convinto che l’educazione dei bambini sia fondamentale.

Proprio quando don Renato sta iniziando a raccogliere i frutti del suo intenso lavoro pastorale a Borgo Faiti, arriva una notizia inattesa. Il cardinale Clemente Micara, che lo stima profondamente, gli comunica la decisione di trasferirlo nella nuova parrocchia di Santa Maria Goretti, a Latina, inaugurata da poco più di un anno.

Di fronte alle sue perplessità, il cardinale Micara gli risponde con poche parole in latino: “Tu seminasti, altri raccoglieranno”. Ed è proprio questo il senso: don Renato ha seminato, ora sarebbe toccato ad altri raccogliere i frutti del suo lavoro.

L’arrivo nella chiesa di Santa Maria Goretti
Nel tardo pomeriggio del 30 novembre 1955 don Renato entra nella nuova chiesa. Ad attenderlo c’è anche una situazione economica difficile: il suo predecessore gli lascia un quaderno con pochi conti e tutti in rosso.
Il 6 gennaio 1956 prende ufficialmente possesso della parrocchia di Santa Maria Goretti. Poco alla volta, la chiesa viene completata. Ma la vera sfida non è l’edificio: è la comunità che vive attorno alle case popolari e a Campo Boario, due dei quartieri più poveri della giovane Latina.

L’inizio non è semplice, ma don Renato non si scoraggia. Coinvolge alcune studentesse dell’Istituto Magistrale, dove insegna religione, per formare il primo gruppo di catechiste. Alle donne dell’Azione Cattolica affida invece la cura della chiesa e l’assistenza alle famiglie più bisognose. Tra le sue iniziative ci sono anche le prime colonie estive, regalando a tanti ragazzi del quartiere il loro primo viaggio. Don Renato sa farsi voler bene. È autorevole quando serve e paterno con i più giovani. Non è un caso se dalla sua parrocchia nasceranno anche alcune vocazioni importanti: Francesco Lambiasi, futuro vescovo di Rimini, e Giovanni Checchinato, oggi arcivescovo di Potenza, saranno prima suoi parrocchiani e poi suoi viceparroci.
Gli anni della maturità
La sua visione pastorale è racchiusa in una frase che ancora oggi conserva tutta la sua attualità: “Manteniamo il buono dell’antico e accogliamo il buono del nuovo. Il criterio non è l’antico perché antico, ma l’antico se è buono e il nuovo se è vero”. Nel 1961 la Santa Sede gli conferisce il titolo di monsignore, come riconoscimento per l’intenso lavoro svolto nella giovane parrocchia di Santa Maria Goretti.

Don Renato continua a far crescere la parrocchia. Fa realizzare l’oratorio, un campo di calcio e fonda la Samagor, la squadra intitolata a Santa Maria Goretti. Promuove anche una squadra ciclistica giovanile. Ma il suo pensiero resta sempre rivolto alle famiglie e alle persone in difficoltà. È un parroco sempre presente, pronto ad ascoltare tutti, e con il suo esempio riesce ad avvicinare alla fede anche chi se ne era allontanato.
Il 5 gennaio 1991 il vescovo Domenico Pecile lo nomina vicario generale della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, riconoscendone il lungo e prezioso servizio alla Chiesa pontina. Nel 2000 lascia, con grande commozione, la guida della parrocchia di Santa Maria Goretti dopo quarantacinque anni trascorsi accanto ai suoi fedeli. Continuerà comunque a celebrare la Messa fino agli ultimi giorni della sua vita. Pur vivendo a Latina, non dimenticherà mai Sezze, che gli conferirà la Cittadinanza Benemerita.

Don Renato Di Veroli muore il 21 settembre 2015, quando sta per compiere novantanove anni. L’ultimo saluto si svolge tra la sua parrocchia di Santa Maria Goretti e la Cattedrale di San Marco. Oggi riposa nella cappella della Diocesi nel cimitero di Latina.
L’incontro con il nipote Maurizio Giusti
Incontro il nipote di don Renato, Maurizio Giusti, a Sezze. Con noi c’è anche Giancarlo Loffarelli, che mi ha messo in contatto con lui. Davanti a un caffè iniziamo a parlare di don Renato e, poco alla volta, riaffiorano ricordi, episodi e aneddoti.
Maurizio, in famiglia era semplicemente lo zio Renato o rimaneva sempre don Renato?
“Mio zio era don Renato sempre. Ricordo quando arrivava da Borgo Faiti con la sua Lambretta per pranzare dalla sorella, mia madre: per noi bambini era una gran festa. Prima di metterci a tavola impartiva la benedizione e poi ci faceva ringraziare il Signore per il cibo che avevamo sulla tavola”
C’è un ricordo di don Renato che porti ancora nel cuore?
“Più che un ricordo mio è un ricordo di mia madre. Ripeteva spesso che mio padre nel 1945 fu operato a Roma di ulcera, ma non superò l’operazione. Fu proprio mio zio, ancora giovane sacerdote, che portò la brutta notizia di persona. Partì da Roma con mezzi di fortuna, e poi con un camionista diretto a Priverno. Le sue parole diedero un grande conforto in un momento così doloroso. E io che avevo appena un anno è come se lo avessi vissuto”
Qual è la lezione più importante che vi ha lasciato?
“Il suo esempio di vita. Era una persona molto equilibrata e moderata. Ci diceva sempre di comportarci con la massima onestà e di fare del bene, perché il bene torna sempre. E, allo stesso modo, torna anche il male se non si agisce con coscienza”

Che cosa lascia in eredità don Renato Di Veroli? Non soltanto una parrocchia, ma una comunità. Perché gli edifici si costruiscono con i mattoni, mentre una comunità si costruisce con l’esempio, l’ascolto e il servizio. È questa l’eredità più bella che Latina conserva del suo storico parroco.
©Vietata la riproduzione totale o parziale dell’articolo senza il consenso dell’autore


Buondì Emiliano s mi avessi contattato to avrei dato molte più notizie e fotografie in quanto ho l’ archivio fotografico di Santa Maria Goretti e soprattutto sono nata e cresciuta e ho collaborato fino all’ ultimo con don Renato.Richiesi al comune di contitolare la piazza di Santa Maria Goretti a lui in quanto fautore della piazza
Ciao Sara, come potevo saperlo? cmq mi chiamo Emilio, ci tengo al mio nome di battesimo 🙂