Ci sono uomini che arrivano in una città per lavoro e finiscono per raccontarne l’anima. Walter Grandi fu uno di questi. Figlio di un dirigente delle Ferrovie, trascorse l’infanzia seguendo i trasferimenti della famiglia in diverse città italiane, maturando uno sguardo attento sul mondo e sulle persone. Nel 1940 giunse a Littoria come impiegato del Monte dei Paschi di Siena. Il suo futuro sembrava quello di un funzionario di banca, ma la sua vera passione era la scrittura. Nel dopoguerra iniziò a collaborare con il Tempo e con altre importanti testate, raccontando la vita e i cambiamenti della città. L’impegno giornalistico divenne presto una scelta di vita. Grandi lasciò infatti il posto in banca per dedicarsi completamente al giornalismo, diventando una delle prime firme della stampa pontina e contribuendo, con i suoi articoli, a documentare la crescita e le trasformazioni di Latina.
Qualche anno fa scrissi la storia del giornalista Maurizio Grandi, una figura che ha lasciato un segno profondo a Latina e non solo. Il suo modo di intendere il giornalismo divenne un modello destinato a fare scuola anche a livello nazionale. Fu tra i primi a portare nei telegiornali i problemi concreti dei cittadini, dando voce alle difficoltà quotidiane e alle istanze del territorio. Lo fece attraverso Telelazio, una delle prime emittenti private italiane, della quale fu anche direttore.
In quel mio racconto non ero andato a fondo nelle sue origini. Solo in seguito scoprii che il padre, Walter Grandi, era stato uno dei primi giornalisti di Latina, forse addirittura il primo. Una scoperta che mi ha particolarmente incuriosito, anche alla luce del lavoro di ricerca storica che da tempo conduco sui personaggi che hanno segnato la vita della nostra città.

Nel dopoguerra i giornalisti erano considerati veri intellettuali e testimoni diretti dei grandi cambiamenti che attraversavano il Paese. Con i loro articoli raccontavano la società che cambiava, contribuendo a custodire la memoria di un’epoca di trasformazioni radicali dopo il ventennio. Walter Grandi appartenne pienamente a quella generazione di cronisti, vivendo e raccontando la nascita e lo sviluppo di Latina.
Ho contattato Elisabetta Grandi, figlia di Walter e, naturalmente, sorella di Maurizio. Nel giro di pochi giorni siamo riusciti a organizzare un incontro, durante il quale mi ha raccontato la storia di suo padre, restituendone il profilo umano e professionale attraverso i suoi ricordi.

La storia di Walter Grandi
Walter Grandi nasce a Verona il 5 aprile 1904, secondo di cinque figli. Prima di lui nasce Winda; seguono Werter, Witelia e Milena. Il padre, Alfredo, è un dirigente delle Ferrovie dello Stato, mentre la madre, Caterina, originaria dell’Umbria, si dedica alla cura della casa e della numerosa famiglia. Pochi mesi dopo la nascita di Walter, i Grandi si trasferiscono a Bologna, dove Alfredo viene destinato per motivi di lavoro. Èd è lì che Walter trascorre gli anni dell’infanzia.

Dopo l’ennesimo trasferimento di Alfredo, Walter inizia gli studi a Napoli, dove trascorre anche gli anni della giovinezza. Conseguita la maturità, si iscrive alla facoltà di Economia dell’Università Federico II. Dopo la laurea trova impiego come contabile in una grande industria. Ogni giorno, lungo il tragitto verso il lavoro, passa davanti a un’abitazione dove una giovane ragazza lo osserva dal balcone. La scena si ripete per settimane: lei conosce i suoi orari e non manca mai all’appuntamento.

Giulia
Tra i due nasce un rapporto fatto di sguardi, silenzi e attese. Lei si chiama Giulia Caturano ed è la primogenita di nove figli. Il padre, che desiderava come primo figlio un maschio, non gradisce e l’affida fin da neonata a una zia appartenente a una famiglia benestante. Una scelta dolorosa che, tuttavia, le consente di crescere in un ambiente agiato, di studiare e di conseguire il diploma magistrale.

Il tempo degli sguardi finisce quando, un giorno, Giulia decide di attendere Walter sull’uscio di casa. Si scambiano le prime parole e comprendono subito che il loro cammino sarà comune. Dopo un breve fidanzamento si sposano nel 1930. Un anno dopo, nasce il loro primo figlio, Maurizio.

Ma il lavoro di Walter improvvisamente non è più sicuro. La fabbrica attraversa una crisi sempre più profonda, fino a quando, nel 1935, la proprietà decide di chiudere definitivamente i cancelli. Walter, però, è un uomo determinato e non si lascia abbattere e trova una nuova occupazione nel giro di pochi mesi: impiegato presso il Monte dei Paschi di Siena, nella sede di Grosseto.

1940 l’arrivo a Littoria
Ma è solo l’inizio di una nuova fase della sua vita, destinata a condurlo, qualche anno più tardi, nella giovane città di Littoria, dove la banca senese ha aperto una filiale. Il trasferimento avviene nel 1940. A partire, però, è solo Walter. Trova alloggio alla pensione Bellavista, gestita dalle sorelle Maria e Imelde Malavasi, uno dei pochi punti di riferimento per i forestieri che giungono in città. Dopo alcuni mesi la banca gli assegna un appartamento sopra gli uffici della tesoreria nei quali presta servizio.

Solo allora decide di farsi raggiungere da Giulia e Maurizio. A Littoria fa nuove amicizie, l’ambiente gli piace. È attratto da tutte quelle persone arrivate da diverse parti d’Italia. Inizia anche a dare maggiore spazio alla sua passione: la scrittura. Nel frattempo la famiglia si allarga. Dopo undici anni dalla nascita di Maurizio, Giulia rimane nuovamente incinta e nel 1942 nasce la secondogenita, Elisabetta.

La guerra
Nel 1943 la guerra è ormai alle porte di Littoria, ma Walter continua a svolgere il suo lavoro. Alle 14 del 22 gennaio 1944, con lo sbarco alleato ad Anzio, sulla città iniziano a cadere le prime cannonate. Tra gli edifici colpiti c’è anche quello in cui abita la famiglia Grandi. Nel tentativo di mettere in salvo Giulia e i figli, per raggiungere le cantine, Walter si rompe una gamba. La situazione è drammatica, ma il tempestivo intervento di alcuni vicini permette alla famiglia di salvarsi.
Dopo quaranta giorni trascorsi nelle cantine, nei primi giorni di marzo arriva finalmente un’occasione di salvezza. Un camion deve trasferire a Roma le suore di San Marco insieme alla famiglia Bonini, vicina di casa dei Grandi. I Bonini, comprendendo le difficoltà di Walter, ancora con una gamba fratturata, cedono con grande generosità il loro posto. Li aiutano anche a salire sul camion. Giunti a Roma, Walter viene ricoverato all’ospedale militare del Celio.

Il giornalismo
Il 15 giugno 1944 la famiglia rientra finalmente a Littoria, da poco liberata. La casa è devastata e saccheggiata, ma la gioia di essere tornati prevale su tutto. Per Walter si aprono nuovi scenari: inizia a collaborare con il quotidiano Il Tempo, occupandosi di cronaca sportiva. Quella passione cresce rapidamente, al punto da spingerlo a lasciare il posto in banca per dedicarsi interamente al giornalismo. In poco tempo allestisce nella propria abitazione una piccola redazione.

Con il passare degli anni, in quella redazione inizia a collaborare anche il figlio Maurizio, da poco laureato in Sociologia. Nel 1969 Walter viene colpito da un grave lutto: dopo una lunga malattia muore la moglie Giulia. Nella sua attività giornalistica collabora anche con Il Resto del Carlino, Il Mattino ed altri. Verso la fine della sua carriera, anche con Il Messaggero, ma per pochissimo tempo.

Nel 1972 si risposa e, ormai consapevole dell’esperienza maturata dal figlio, gli affida il testimone dell’attività giornalistica. Walter Grandi muore improvvisamente il 1° maggio 1978.
L’incontro con Elisabetta Grandi
Con Elisabetta decidiamo di incontrarci nel bar Turi Rizzo di Latina. Davanti a un buon caffè inizia il racconto della vita di suo padre.
Elisabetta, qual è il ricordo più bello che conservi di tuo padre?
“Tra i tanti ricordi che porto nel cuore di mio padre, ce n’è uno che non ho mai dimenticato. È il giorno del mio matrimonio. A un certo punto incrociai il suo sguardo: mi sorrideva, ma nei suoi occhi c’era anche un velo di malinconia. Mia madre era morta da molti anni e credo che, in quel momento, abbia sentito che si stava chiudendo un’altra importante stagione della sua vita. Quel sorriso, insieme a quella lieve tristezza, mi fece comprendere quanto amore sapesse esprimere, pur nella sua naturale discrezione”
Era severo con te?
“Era un uomo tutto d’un pezzo, ma per lui ero la cocca di casa, con me era molto più severo mio fratello Maurizio, al quale, ero profondamente legata”
Cosa ti ha lasciato?
“Mio padre apparteneva a quella generazione di uomini che non avevano bisogno di grandi discorsi per lasciare un segno. I suoi insegnamenti passavano dall’esempio quotidiano: il senso del dovere, il rispetto per gli altri, la curiosità verso il mondo e l’amore per la verità. Lo rivedo ancora davanti alla sua macchina da scrivere, mentre raccontava con passione la nostra città. Ripeteva spesso che ogni persona ha una storia degna di essere raccontata. È un insegnamento che porto con me ancora oggi”

Walter e Maurizio Grandi hanno raccontato Latina per oltre mezzo secolo, ciascuno con il proprio stile, contribuendo a conservarne la memoria e a interpretarne i cambiamenti. Padre e figlio hanno lasciato un’eredità importante per il giornalismo e per la città. Intitolare loro un luogo pubblico, una sala stampa o una via non sarebbe soltanto un omaggio, ma un doveroso riconoscimento a due uomini che hanno fatto della cronaca un autentico servizio alla comunità.
©Vietata la riproduzione totale o parziale dell’articolo senza il consenso dell’autore

