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Ferruccio Bottan, il vigile del fuoco di Littoria

Ferruccio Bottan aveva mani capaci di fare molte cose. Sapevano lavorare il legno, costruire mobili, usare gli attrezzi del carpentiere e dell’ebanista. Ma quelle stesse mani sapevano anche diventare leggere quando prendevano una tromba, una fisarmonica o un mandolino. Quando nel 1932 arriva dal Veneto nell’Agro Pontino insieme alla sua numerosa famiglia, porta con sé tutto quello che ha imparato nel paese d’origine. Davanti trova una terra ancora da costruire e una città che sta per nascere. E Ferruccio, a modo suo, contribuirà a farla crescere. Artigiano, musicista, volontario dei Vigili del Fuoco, sarà soprattutto un uomo profondamente legato alla famiglia e alla comunità. Una di quelle persone che non finiscono nei libri di storia, ma che la storia l’hanno vissuta e, qualche volta, l’hanno fatta con le proprie mani.

Mentre scrivo di alcuni personaggi mi emoziono, a volte quasi mi commuovo, perché provo a immaginare gli inizi della mia città. I cantieri in fermento, le abitazioni che sorgono per accogliere i primi abitanti, le strade ancora da completare. Operai, manovali, pittori, muratori, carpentieri, falegnami: uomini arrivati da lontano con le loro famiglie, portando con sé un mestiere e molte speranze.

Littoria 1932: Operai al lavoro nella costruzione dell’albergo Littoria

Dietro ognuno di loro c’è una storia di lavoro e di sacrifici. Sono anche queste persone, spesso rimaste nell’ombra, ad aver costruito la città nella quale oggi viviamo. E forse è proprio pensando a loro che dovremmo imparare ad amare e rispettare di più Latina. Uno di quegli uomini si chiamava Ferruccio Bottan.

Questa storia che vi sto per raccontare è capitata per caso. Un incontro fortuito all’angolo di una via con la mia amica Angela Bottan, conosciuta come la signora Cancellieri. “Emilio, ti vorrei parlare, quando hai tempo”. Dieci minuti dopo ero nel suo elegante negozio di scarpe. Angela voleva segnalarmi una storia, ma la mia curiosità ha fatto prendere al discorso un’altra piega. Il suo cognome, Bottan, mi ha portato nel Veneto e abbiamo iniziato a parlare della sua famiglia, in particolare di suo padre. Ed eccomi qui a raccontarvi Ferruccio Bottan.

La storia di Ferruccio Bottan

Ferruccio Bottan nasce il 2 luglio 1913 a Gorgo al Monticano, in provincia di Treviso. È il primo di undici figli, nove maschi e due femmine. I suoi genitori sono Giovanni e Angelina Vendrane. Giovanni è un fattore e conduce anche alcuni terreni in affitto dove produce vino. Angelina lo aiuta come può nel lavoro, ma soprattutto si occupa della numerosa famiglia.

Ferruccio, dopo la quinta elementare, lascia gli studi per imparare un mestiere e aiutare economicamente i suoi genitori. A undici anni è già nei cantieri. Ed è proprio lì che impara non uno, ma diversi mestieri. Per arrotondare lo stipendio, con pala e carriola va anche a sistemare gli argini dei fiumi per evitare che esondino. Oltre al lavoro, Ferruccio ha una grande passione: la musica. Non si limita ad ascoltarla e, nel poco tempo libero, impara anche a suonare la tromba, la fisarmonica e il mandolino.

Giovanni Bottan e Angelina Vendrane

Con i risparmi, Ferruccio riesce a contribuire all’acquisto di una nuova casa per la famiglia, una villa con la campagna intorno. Ma le difficoltà economiche del primo dopoguerra, aggravate dalla crisi del 1929 partita dall’America, colpiscono duramente anche il Veneto e i Bottan perdono tutto. Quando Giovanni viene a sapere che l’Opera Nazionale Combattenti assegna poderi e terre nell’Agro Pontino agli ex combattenti, presenta domanda. Ha i requisiti: è stato sergente dell’esercito e ha una famiglia numerosa. La richiesta viene accolta.

L’arrivo nell’Agro Pontino

A ottobre del 1932 la famiglia Bottan arriva nell’Agro Pontino, dopo un lungo viaggio in treno. Il podere assegnato si trova a Borgo Sabotino. Giovanni e i figli si dedicano alla terra e al bestiame, mentre Ferruccio, per le sue competenze, trova lavoro nei cantieri di Littoria, non ancora inaugurata. Dopo qualche anno l’impresa per cui lavora inizia a costruire anche nella nascente città di Aprilia.

Ogni mattina Ferruccio, per raggiungere il cantiere in bicicletta, passa davanti al podere della famiglia Capitanio, in una zona chiamata il Quadrato, dalle parti di Gnif Gnaf (oggi Borgo Santa Maria). Lì ci sono cinque sorelle, tutte belle, che lavorano spesso in cortile. Lui con la sua bici va di corsa, però le nota lo stesso. Ne parla con il padre, che lo sprona a fermarsi per conoscerle. Ferruccio segue il consiglio. Tra quelle ragazze ce n’è una che lo colpisce in modo particolare: si chiama Rina. Iniziano a frequentarsi.

Rina Capitanio

La guerra

Intanto Ferruccio entra come volontario nei Vigili del Fuoco e, grazie al suo fisico atletico, anche nella loro squadra di pallavolo. Suona anche nella banda di Littoria. Nel 1940, poco prima che l’Italia entri in guerra, Ferruccio e Rina si sposano, ma la chiamata alle armi smorza la loro felicità. La sua destinazione è la Grecia, ma la sua abilità con la tromba cambia il suo destino. C’è bisogno di un trombettista per gli squilli durante le cerimonie di papa Pio XII e Ferruccio viene scelto.

La squadra di pallavolo dei vigili del fuoco di Littoria. Ferruccio Bottan è il secondo da dx

Tutti i suoi commilitoni partiti per la Grecia muoiono in combattimento. Ferruccio, invece, la guerra continua a farla salvando vite umane con i Vigili del Fuoco, accorrendo ovunque ci sia un bombardamento. A Fondi salva un bambino rimasto sotto le macerie, ancora stretto nell’abbraccio del padre morto nel tentativo di proteggerlo. Sarà il coraggio di Ferruccio a strapparlo alla morte. Quel bambino si chiama Edo Nardone e per tutta la vita gli sarà riconoscente.

Il dopoguerra

Nel 1944 è costretto a sfollare con la moglie e i loro due bambini, Franco e Laura, nati durante la guerra. L’ultima figlia, Angela, nascerà diversi anni dopo. Fortunatamente trovano riparo a Sabaudia, dove vivono alcuni parenti. Dopo la guerra Ferruccio diventa effettivo nel corpo dei Vigili del Fuoco di Latina. Riceverà anche una medaglia al valore civile per aver salvato, insieme ad alcuni colleghi, una famiglia rimasta intrappolata durante l’esondazione del fiume Garigliano.

Ferruccio Bottan con la sua tromba

La sua manualità lo riporta alle origini e al mestiere di ebanista imparato da giovane. L’altare della chiesetta dei Vigili del Fuoco è interamente progettato ed eseguito da Ferruccio, così come le parti in legno dello stabilimento balneare a Foce Verde. Quasi per passione inizia a realizzare mobili nei negozi e nelle case private, fino alla decisione di aprire una propria falegnameria, che condurrà fino alla pensione. Dai vigili del fuoco si congederà da maresciallo.

Chiusa la falegnameria, potrebbe godersi un meritato riposo. Invece va a lavorare nell’azienda del figlio Franco e di Walter Callegari, la Utensil Meccanica 2000. Ma solo per pochissimo tempo: gli viene diagnosticato un male incurabile e pochi mesi dopo, il 28 aprile 1977 muore.

Rina e Ferruccio con le figlie Laura e Angela

L’incontro con Franco e Angela Bottan

Incontro Franco e Angela Bottan al Circolo Cittadino Sante Palumbo. Con loro c’è anche Raffaella, la figlia di Franco. Sono tutti un po’ emozionati e per me è una bella sensazione, perché le emozioni si trasmettono. Ed è proprio quello che cerco di trasmettere a chi mi legge.

Franco, finora abbiamo raccontato soprattutto suo padre. Ma accanto a Ferruccio c’era Rina: che donna era sua madre?

“Per me mamma era un faro. Ogni volta che la vedevo mi illuminavo, mi squagliavo, perché era di una dolcezza unica. Era dolce con mio padre, lo è stata con noi e con tutti i suoi nipoti”

Angela, c’è qualcosa di tuo padre che non abbiamo ancora raccontato e che vorresti aggiungere?

“Mio padre si rammaricava di non aver potuto studiare. Per questo ha voluto fortemente che noi figli continuassimo gli studi. Aveva solo la quinta elementare, ma aveva il dono della scrittura: sapeva scrivere e anche disegnare benissimo. I mobili li progettava lui. Conserviamo ancora i suoi disegni, che sembrano quadri”

Raffaella, cosa ricordi dei nonni?

“Di nonno, ricordo quando andavo a trovarlo con mia sorella Roberta e ci riempiva di caramelle che aveva sempre nelle tasche. Di nonna, invece, ho molti più ricordi. A noi nipoti ci abbracciava tutti insieme, faceva le torte per i nostri compleanni. Poi era bravissima a fare gli gnocchi e la pasta fatta in casa. Finché c’è stata lei, ogni festività la passavamo sempre insieme. Ci teneva moltissimo che fossimo tutti uniti. Dopo la sua morte, purtroppo, si è un po’ persa questa abitudine. Comunque la ricordo come la persona più dolce che abbia mai conosciuto”

Rina e Ferruccio

Saluto Franco, Angela e Raffaella e ripenso a Ferruccio. A quel ragazzo arrivato dal Veneto che a soli undici anni era già nei cantieri. Nella sua vita ha lavorato il legno, suonato la tromba, costruito mobili, salvato vite umane, ma soprattutto ha lasciato ai suoi figli il valore della famiglia e del lavoro.

E allora il mio pensiero torna a quei cantieri, a quegli uomini arrivati da lontano e a quella città che stava nascendo. Una città che oggi è la nostra. Ed è proprio pensando a persone come Ferruccio Bottan che torno alla riflessione con cui ho iniziato questo racconto: Latina dovremmo amarla e rispettarla un po’ di più. Anche per loro.

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