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Suor Emma Zordan, da Sabaudia a Rebibbia: scrivere libertà

Ha l’energia di chi non ha mai smesso di credere che ogni vita possa rifiorire. Suor Emma Zordan, nata a Sabaudia da famiglia di origine veneta, da bambina era “terribile” e voleva farsi suora quasi per capriccio. La vocazione autentica è arrivata più tardi, trasformando quella testardaggine in dedizione assoluta agli ultimi. Nel carcere di Rebibbia ha fondato un laboratorio di scrittura creativa che è diventato un percorso di riscatto: sotto la sua guida, i detenuti hanno pubblicato diversi libri, dando voce a fragilità e speranze. Il 3 febbraio 2026 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha insignita del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Oggi è responsabile della casa di riposo delle suore anziane della sua congregazione, al Preziosissimo Sangue di Latina. Questa è la storia di una donna che ha fatto della cura e della parola strumenti di libertà.

Sono cattolico, ma forse più per tradizione che per convinzione. Vivo in quel territorio di confine in cui si crede e non si crede, dove il dubbio non è un nemico ma una compagnia costante. Vado a messa ogni tanto, e spesso cambio chiesa. Non per inquietudine, ma per ascolto: alla fine sono sempre le persone a fare la differenza. Mi piacciono i preti che parlano semplice, che non si rifugiano nelle formule, ma toccano la vita vera, le paure e le speranze della gente. La fede, se non incrocia la realtà, resta sospesa.

C’è una cosa che mi piacerebbe: assistere a una messa celebrata da una suora. Per sentire una voce diversa, forse più materna, forse più concreta. E se potessi scegliere, sceglierei suor Emma Zordan. Perché la sua fede non è teoria: è mani sporche d’umanità. Non la conoscevo, suor Emma. L’ho incontrata attraverso il racconto di un amico, Francesco Veneziani, che me ne ha parlato come di una forza della natura. “Secondo me dovresti scrivere di lei”, ha aggiunto con convinzione.

1958 Suor Emma Zordan alla sua Prima professione

Mi ha passato il suo contatto e non ho perso tempo. A volte le storie ti vengono a cercare. Altre volte sei tu che, quasi senza accorgertene, senti che vale la pena bussare a quella porta. Ho chiamato suor Emma immaginando di sentire una voce anziana, segnata dal tempo. Invece dall’altra parte del telefono ho trovato un timbro vivace, ironico, pieno di slancio. Sembrava la voce di una donna molto più giovane dei suoi ottantaquattro anni. Insomma è stato semplice combinare l’incontro.

Emma Zordan, da bambina terribile a suora per caso

Emma Zordan nasce il 5 dicembre 1941 a Sabaudia, quando la provincia si chiamava ancora Littoria. È la terza di cinque figli. La sua è una famiglia di pionieri arrivati nell’Agro Pontino da Monticello Conte Otto, nel Vicentino. Assegnatari del podere n. 2052 dell’Opera Nazionale Combattenti, sulla Litoranea, dove il padre Antonio apre un caseificio. La madre, Elisa Fuschi, originaria di Terracina, si divide tra il lavoro, la casa e i bambini.

Purtroppo in pochi pagano il latte e i formaggi che Antonio produce e, in poco tempo, è costretto a chiudere. Ma non si arrende: con Elisa riparte dal centro di Sabaudia, aprendo una piccola latteria.

In basso la “terribile e prepotente” Emma Zordan

Dopo la guerra, la piccola Emma inizia le elementari. È una bambina fin troppo vivace, un po’ prepotente, vuole sempre avere ragione. È considerata la terribile di casa. Dopo la quinta elementare viene mandata dalle suore Adoratrici del Sangue di Cristo di Sabaudia per imparare il ricamo. È una comunità molto unita, guidata dalla madre superiora suor Palmina Canalicchio. Emma resta colpita da quella religiosa dai modi gentili, dalla sua dolcezza e soprattutto dal suo modo di pregare.

Sabaudia: Emma Zordan alle elementari

Basta vederla fare il segno della croce perché in Emma scatti il desiderio di diventare suora. Ha dodici anni quando decide di restare nel loro istituto. La madre si oppone: è troppo piccola per una scelta così grande. Ma Emma, come sempre, non vuole sentire ragioni, è determinata. In quel periodo il padre è lontano, tornato nella sua terra d’origine, a quella casa di famiglia a cui non è mai riuscito a staccarsi davvero. Ogni tanto sente il bisogno di rivederla, come per non perdere le proprie radici.

La prima comunione di Emma

L’inizio del percorso religioso

Quando Antonio torna a Sabaudia e non trova Emma in casa, chiede spiegazioni a Elisa. Capita la situazione, si precipita nell’istituto delle suore. Ma il muro che la figlia ha alzato è troppo alto. A quel punto le dice soltanto: “Tu della vita religiosa non capisci nulla. Se vuoi restare, resta. Ma sappi che non voglio vergognarmi di te. Se fai questa scelta, che sia definitiva”. Quelle parole toccano Emma nel profondo. Le porterà con sé per tutta la vita.

Non essendo ancora in età per iniziare il percorso religioso, per tre anni le suore la fanno studiare pianoforte. Poi comincia la formazione vera e propria. Nel 1954 arriva a San Vito Romano, nella comunità dell’aspirandato, ma la trovano già pronta. Dopo pochi mesi viene trasferita a Roma per il postulandato, dove rimane un anno. Prima di compiere diciassette anni fa la vestizione e l’anno successivo emette la professione temporanea. Dopo cinque anni di prova viene definitivamente ammessa nella Congregazione.

Emma dalle suore a Sabaudia

Nel frattempo completa gli studi. Si diploma alle magistrali in una scuola romana gestita dalle suore e viene poi mandata a insegnare Lettere a Velletri. Si iscrive alla LUMSA – la Libera Università Maria Santissima Assunta – dove si laurea in Pedagogia. Parallelamente allo studio e all’insegnamento, svolge attività pastorale con gli scout, un impegno che la mette a contatto diretto con i giovani e le loro domande.

Suor Emma accanto alla mamma nel giorno della sua vestizione

Instancabile, suor Emma svolge anche incarichi di governo all’interno del suo istituto religioso. Lavora all’ufficio famiglia dell’USMI – l’organismo di diritto pontificio che coordina oltre seicento congregazioni femminili in Italia – e successivamente alla CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. Sono anni intensi, segnati da responsabilità e impegno ecclesiale.

1964 suor Emma con il papà e la mamma nel giorno dei voti perpetui

Il volontariato a Rebibbia

Poi, nel 2014, dopo tanti anni trascorsi “nelle stanze” della Chiesa, matura una scelta diversa: dedicarsi agli ultimi. Per lei hanno un volto preciso, quello delle persone recluse, spesso condannate a lunghe detenzioni. Inizia così il suo servizio di volontariato nel carcere romano di Rebibbia, il complesso penitenziario più grande d’Italia con oltre duemila detenuti.

Suor Emma (terza da sx) sciatrice con una sua scolaresca

Tra i tanti impegni, quello del carcere è quello che le regala le soddisfazioni più grandi. In quel luogo di restrizione scopre un’umanità profonda, ma anche il rimpianto, il dolore e la sofferenza per i reati commessi. Per restare più a lungo accanto ai detenuti decide di organizzare un laboratorio di scrittura creativa. La scrittura, per lei, è terapeutica: aiuta a dare un nome alle ferite e ad alleggerire il peso della lunga detenzione, soprattutto per chi fuori non ha nessuno ad aspettarlo. Sotto la sua cura, da quel laboratorio nasceranno nove libri.

Suor Emma insieme alle sorelle Liliana, Maria, Rita e al fratello Cesare

Il lavoro svolto nel carcere di Rebibbia non passa inosservato. Il 3 febbraio 2026 il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la insignisce del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Un riconoscimento ufficiale a un impegno silenzioso e quotidiano. Dal 2018 suor Emma è Madre Superiora della casa di riposo delle suore anziane del Preziosissimo Sangue a Latina. Ma la sua missione a Rebibbia non si è mai interrotta: continua a varcare quei cancelli portando con sé la stessa energia di sempre.

L’incontro con suor Emma

Incontro suor Emma all’Istituto del Preziosissimo Sangue. Un tempo era anche una scuola, oggi è una casa di riposo di ventitré suore anziane. È giovanile nell’aspetto oltre che nella voce. Ha il piglio della Madre Superiora, ma sa mettere a proprio agio chi le è di fronte. Entriamo subito in confidenza. Mi sorride e confessa che ha un debole per i giornalisti: raccontare le storie, dice, le è sempre piaciuto.

Suor Emma, come mai la scelta di dedicarti ai carcerati?

“Feci una visita nel carcere di Rebibbia e gli sguardi dei detenuti mi hanno letteralmente catturata. Erano sguardi pieni di tristezza. Ho sentito la loro sofferenza e mi sono detta: “Non potevo restare indifferente”. Ho pensato che avrei potuto fare qualcosa per attenuarla. Così è nato il laboratorio di scrittura creativa, che ha dato risultati davvero importanti. Tra l’altro ho scelto una casa editrice di Latina ”il Levante” per amore del mio territorio”

Credi realmente nella loro redenzione?

“Sì, certamente. Per la mia esperienza, tutti coloro che hanno terminato la detenzione e hanno frequentato il laboratorio di scrittura creativa sono riusciti a reinserirsi nella società. Non è stato semplice: hanno dovuto combattere contro il pregiudizio, che spesso pesa più della pena stessa. Ma ce l’hanno fatta. Poi, certo, ci sono anche gli irrecuperabili”

Perché tanti suicidi nelle carceri?

Per la paura del tempo che devono trascorrere in carcere. La prospettiva di anni, a volte di decenni, può diventare insopportabile. Ma anche chi è a fine pena non è immune: c’è la paura di uscire e non trovare nessuno ad accoglierlo oltre quelle mura. La solitudine può fare più paura della detenzione

Uno dei tanti libri scritti dai detenuti e curati da Suor Emma Zordan

Quando la saluto, suor Emma sorride come se avesse ancora molte cose da fare. Ho avuto la sensazione di aver incontrato una donna autentica, prima ancora che una religiosa. Io resto con i miei dubbi, lei con la sua certezza.

Non potevo restare indifferente“, mi ha detto.

Forse la fede è tutta qui: non restare indifferenti. Nemmeno davanti a un cancello di ferro.

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1 Comment

  1. Ho avuto la fortuna di conoscere suor Emma ad una presentazione di uno dei suoi testi. Ho pensato che fosse la persona più giovane che avessi conosciuto, ed io lavoro con adolescenti. Un ritratto veritiero e toccante, grazie, hai proprio colto, secondo me, la sua anima “bambina” e concreta, fatta di tanta umanità.

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